Cool Running, la vera storia della squadra di bob che in Giamaica ispirò il film


La lezione olimpica di stile e di umanità di 4 velocisti giamaicani reinventati specialisti del bob…con ribaltone finale

Jacopo Pozzi

L’Olimpiade invernale di Pechino 2022 è ormai alle porte, per chiudere, a pochi mesi di distanza da Tokyo, un anno sportivo strano, che la pandemia ha condensato di bracieri fumanti e di gloria a Cinque Cerchi.

Sulle ceneri dell’estate giapponese, in cui la spedizione azzurra ha fatto registrare record d’ogni sorta, dal numero di partecipanti a quello di medaglie, ci apprestiamo a scoprire se anche i colleghi delle nevi (e dei ghiacci) sapranno regalarci dei momenti da ricordare. Le due facce dei Giochi, però, sembrano vivere un periodo storico diametralmente opposto, con l’appuntamento estivo issatosi definitivamente sulla cima della catena alimentare sportiva, sia in termini di ritorno economico che in quelli del riconoscimento popolare, e quello invernale invece arroccato nel proprio castello, che, e non è una battuta di cattivo gusto, fa acqua da tutte le parti, in parte anche per colpa del surriscaldamento globale. In attesa di vivere un rinascimento italiano nel 2026, è impossibile non registrare una differenza sostanziale del fascino esercitato dalle due Olimpiadi, con una netta predominanza per quelle di più antica istituzione, che continuano ad allargarsi in quanto a discipline e nazioni partecipanti.

I Giochi d’inverno, invece, hanno tutto un altro sapore. Magnifico, intendiamoci, ma anche molto più sofisticato del precedente, perché alla sua tavola non tutti si possono sedere agevolmente. Lo sport del ghiaccio e della neve richiede soldi per essere vissuto e, anche se preso nelle sue forme più tradizionali e basilari, impone lo stesso uno starting pack piuttosto impegnativo. Prima di tutto serve il clima adatto, e dove non c’è, bisogna adeguarsi, trasformando la vita in una trasferta continua, in un eterno giro del mondo, alla ricerca delle latitudini, delle montagne e del freddo giusto. Per questo, poche cose sanno scaldare l’immaginario collettivo quanto gli avventurieri tropicali che partono alla conquista dei Cerchi ghiacciati, sfidando la geografia e la logica, il buon senso e l’opinione del proprio commercialista.

I primi a rompere il tabù del Tropico del Cancro furono i messicani, protagonisti nel bob a cinque, a St. Moritz 1928, dove fecero registrare un rispettabilissimo undicesimo posto a fronte delle 23 nazioni partecipanti, prima di un digiuno lungo più di dieci edizioni, e concluso nelle interiora del budello ghiacciato di Sarajevo 1984. Messicani a parte, per il resto del pianeta si è dovuto attendere il secondo dopoguerra, anche piuttosto inoltrato, prima di vedere qualcosa di veramente esotico ai nastri di partenza dei Giochi Olimpici invernali. A Sapporo, in Giappone, nel 1972, i due sciatori thailandesi Ben Nanasca e Juan Cipriano presero parte allo slalom gigante, senza lasciare particolare traccia del proprio passaggio nei libri di storia. I due, che erano anche cugini, potevano considerarsi di origine tropicale giusto per onor di firma, visto che erano stati adottati da una coppia neozelandese residente sui Pirenei, e quindi a stretto contatto con gli sci e la cultura della neve. Poi è stato il turno di Arturo Kinch, settimo di tredici fratelli, e figlio di missionari costaricani, che dopo aver ottenuto una borsa di studio per giocare a calcio, ha deciso di provare il tutto per tutto come sciatore, qualificandosi per i Giochi di Lake Placid del 1980, e iniziando così una carriera chiusasi soltanto 26 anni più tardi, ormai quasi cinquantenne, nell’edizione di Torino. Akwasi Frimpong, ghanese, nello skeleton. Alessia Dipol, togolese, nello sci alpino. Anne Abernathy, delle Isole Vergini, nello slittino. Fino al Principe Hubertus of Hohenlohe Langenberg, aristocratico messicano classe 1952, visto in competizione anche alla rassegna iridata di Cortina 2021, che quando non fa il cantante sotto lo pseudonimo di “Andy Himalaya” o “Royal Disaster”, scia difendendo i colori di casa, e che ha partecipato a sei edizioni dei Giochi e diciannove dei Campionati Mondiali.

Il campionario dei partecipanti del tutto inaspettati e alquanto coloriti è davvero nutritissimo, ed ognuno di loro meriterebbe un capitolo a parte, per celebrare così la fantasia dello spirito umano e l’indomita volontà di vedersi, almeno una volta, sul palcoscenico più importante che ci sia. Tra tutte le storie e le edizioni, le trovate pittoresche e quelle pubblicitarie, però, nulla potrà mai raggiungere i fasti della nazionale giamaicana di bob a quattro, immortalata per sempre dal film Disney del 1993 “Cool runnings”, che un ispirato traduttore ha ribattezzato magnificamente, e anche abbastanza liberamente: “Quattro sottozero”.

La vicenda la conosciamo tutti, appassionati di sport oppure no, perché tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio dei 2000 il film è diventato un vero cult, capace di sfondare il botteghino, e di incassare, nei soli States, quasi settanta milioni di dollari. Inverno dopo inverno, la pellicola ha continuato la sua heavy rotation sulle emittenti di tutto il Mondo, tramandando di generazione in generazione l’incredibile avventura di quattro velocisti sfortunati, che in risposta ad un’improbabile capitombolo collettivo durante i trials estivi si sono reinventati specialisti del bob, dando all’ingessato circo bianco una lezione di stile e di umanità. Così, ai giorni nostri, non appena la stampa si è resa conto che ai nastri di partenza di Pechino 2022 la Giamaica schiererà ben tre squadre, come se fossero dei coccodrilli pronti da chissà quanto, sono comparsi numerosi articoli pronti a rinverdire i fasti di un evento lontano e cinematograficamente leggendario, creando un ponte che lega l’oggi al mitico passato. Peccato, però, che da quella prima edizione del 1988, la nazionale di bob giamaicana avesse preso parte a quattro edizioni consecutive dei Giochi, fino a Salt Lake City 2002, inaugurando così una discreta tradizione, poi ripresa a Sochi e Pyeongchang. E, soprattutto, peccato che la storia scritta dagli sceneggiatori del vecchio Walt fosse quasi interamente inventata, specie considerando che quella vera non avrebbe avuto davvero niente da invidiare alla trama del film.

Tutto nacque per iniziativa di due americani, Kenny Barnes e George Fitch, che a metà degli anni ‘80 si trovavano a Kingston per affari. Entrambi appassionati di sport, e un poco tristi per la mancanza di grandi eventi a cui assistere di persona, decisero di presenziare all’annuale edizione del pushcart derby, la tradizionale gara a spinta tra macchine non motorizzate, che si teneva sulle Blue Mountains, nel lato est dell’isola. Una goliardata ora in voga ad ogni latitudine. Per quanto banale possa sembrare, non sono molte le cose che assomigliano di più ad una partenza lanciata del bob di quanto non lo faccia prendere la rincorsa e lanciarsi in discesa dentro trabiccoli scassati fatti di plastica e legno riciclati. I due, che ad inventiva non avevano nulla da invidiare a nessuno, folgorati sulla via di Damasco, iniziarono a scandagliare il panorama degli atleti locali, venendo respinti con perdite pressoché da tutti, visto che i califfi dell’atletica isolana erano impegnati nei tentativi di qualificazione per Seul 1988. Quindi, provarono ad organizzare degli allenamenti pubblici e gratuiti, nella speranza di reclutare qualche giovane virgulto che ancora non aveva scoperto di possedere un talento speciale. Tra pescatori, studenti, disoccupati, curiosi e persino qualche artista di strada la selezione finale lasciava talmente a desiderare che gli americani, disperati ma testardi come muli, provarono il tutto per tutto, e bussarono alla porta di George Henry, che di lavoro, in teoria, faceva il Maggiore dell’Esercito Giamaicano. Grazie ad un’insuperabile dote persuasiva, i geni dietro all’intera operazione convinsero il Maggiore a prestar loro due soggetti: Devon Harris, il miglior sprinter che avesse nei ranghi, e Dudley Stokes, un buon pilota di elicotteri, e quindi dotato di un’invidiabile coordinazione occhio-mano.

I due, rimpolpati di una terza riserva, provarono per la prima volta il bob nel settembre del 1987 a pochissimi mesi dai Giochi di Calgary, prima di spostarsi in Austria e iniziare la preparazione vera e propria, prosciugando il conto corrente del visionario Fitch. Presa dimestichezza con il mezzo e a fresca qualifica ottenuta, però, a soli dieci giorni dall’evento, il Cio si mise di traverso, bloccando la loro partecipazione. Leggenda vuole che sia stato il Principe Alberto di Monaco in persona a sbrogliare la matassa, ricordando in un acceso discorso al Comitato e ai suoi membri che i giamaicani avevano tutto il diritto di partire per i Giochi, e il Cio non poteva negar loro l’accesso soltanto perché pensava che fossero “un branco di clown.” Così, completamente ignaro del fatto che probabilmente anche la squadra di bob del principato di Monaco, con cui ha personalmente partecipato a cinque edizioni dei Giochi, potesse assomigliare ad un branco di clown, il Principe si eresse a difensore dei caraibici, consegnandogli di fatto un posto nella storia.

Nel Villaggio, a differenza di quanto rappresentato nel film, invece che lo zimbello di tutti, ostracizzati dai cattivissimi veterani dei paesi europei, i Giamaicani diventarono immediatamente gli eroi del popolo, fermati ad ogni angolo per firmare autografi e scattare un’infinità di quelli che oggi chiameremmo selfie. Il pilota di elicotteri Stokes e l’ufficiale militare Harris, quindi, contro ogni previsione, presero davvero parte alla gara di bob a due sotto l’ombra dei Cinque Cerchi, terminando la prova a dieci secondi di distacco dai giganti sovietici che si aggiudicarono l’oro.

Nonostante il distacco siderale dai primi i giallo-nero-verdi riuscirono a mettersi dietro ben dieci coppie di avversari, in un surreale giro del Mondo comprendente, tra gli altri, equipaggi delle Isole Vergini, di Taipei e del Giappone. Fomentati da quello che era a tutti gli effetti un buon risultato, Stokes ed Harry chiesero al loro impresario di fiducia, l’ormai spennato Fitch, di iscriverli anche nella gara a quattro, in programma sette giorni più tardi. L’americano, con tutto il proprio aplomb, fece notare che c’era più di qualche problemino da risolvere per poter soddisfare il desiderio. Prima di tutto non avevano più neppure un soldo bucato. Secondo non avevano mai provato un bob a quattro. Terzo erano soltanto in tre, e sul bob a quattro ci si va in quattro. Tutte questioni non da poco conto quando ti trovi già dentro ad un Villaggio Olimpico. In fretta e furia, la moglie di Fitch prese accordi con una piccola azienda di Calgary per stampare qualche centinaio di t-shirt dedicate alla squadra, con lo slogan “The hottest thing on ice”, bello grosso sul torace. Vendendole ai tifosi canadesi e agli atleti di tutto il Pianeta raccolsero più di 24 mila dollari in poche ore, che consegnarono alla nazionale di casa, implorando di ottenerne in cambio il bob a quattro più scassato che avessero. Nel frattempo Dudley Stokes chiamò al telefono suo fratello minore Chris, che da poco si era trasferito a Moscow, con una borsa di studio per meriti sportivi in saccoccia. Moscow, inteso come Moscow, Idaho, nel cuore degli States e non come Moscow, la capitale dell’Unione Sovietica. Il fratellino ottenne miracolosamente un pass per i Giochi, aggregandosi all’ultimo istante al team, completamente digiuno di qualsivoglia esperienza su un qualsivoglia tipo di bob. È davvero difficile sostenere che questa sequela di eventi sia meno fiabesca di quella raccontata nel film, fatta eccezione forse soltanto per il finale. In pista il pubblico si era apertamente schierato a sostegno dei giamaicani, che con la loro incredibile vicenda erano stati in grado di vincere le simpatie di tutti, persino dei tradizionalissimi campanacci austriaci e svizzeri presenti in loco, che risuonavano nell’aria gelida. Quel giorno, invece degli abituali 5000 spettatori se ne accalcarono oltre 40000 sugli spalti, pronti a sostenere gli eroi del momento al grido di “Go Giamaica”.

La gara in sé per sé fu un autentico disastro, con la ciliegina sulla torta del ribaltone finale all’ultima run, la quarta, la sola in cui avessero preso un ritmo decente. Manovra sbagliata, bob che si cappotta e i quattro sventurati costretti a finire il tracciato a piedi, e non sostenendo quel che restava del loro mezzo sopra la testa, come raccontato nel film. Eppure il vero epilogo di quel pomeriggio di 34 anni fa commuove quanto e più della pellicola stessa, perché mentre si allontanavano dalla pista, claudicanti dopo centinaia di metri passati strusciando la testa contro il ghiaccio, compressi dentro al loro bob, da ogni lato della pista iniziarono a comparire mani da stringere, e nessuna venne fatta aspettare.


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