Egidio Cerrone, lo storyteller dei panini Puok: «Vendo hamburger e racconto me stesso»

La storia di “Puok”, uno dei brand più famosi e seguiti del Napoletano, coincide con la storia del suo creatore, Egidio Cerrone. Nel corso di dieci anni, ha continuato a cambiare e a trasformarsi. Prima è stato un blog specializzato in street food, poi è diventato il marchio di due hamburgherie. Parallelamente ci sono stati altri progetti ed esperimenti.

Cerrone, laureato in biotecnologie, ha trovato la sua strada quasi per caso: prima condividendo le sue passioni con gli amici, poi provando a dare a queste passioni una forma più concreta e coinvolgente. “Puok”, come ribadisce, è un’idea, un modo di fare. Si parla di cibo, certo, ma non solo. Al suo interno convivono due anime: quella della comunicazione intelligente e quella della buona cucina.

Il racconto dello street food, soprattutto tra Napoli e dintorni, è stato profondamente influenzato dal lavoro di “Puok”. Belle immagini, video montati e curati; un certo modo di parlare e di mostrare le novità, rendendo il cibo una vera e propria esperienza, immaginata e vissuta con gli altri. L’entusiasmo di Cerrone ha contagiato i suoi clienti. Le sue passioni – come il cinema e le serie tv – sono entrate prepotentemente nel suo lavoro. È stato in grado di partire dal proprio piccolo, dalle proprie aspirazioni, per poi creare qualcosa di totalmente nuovo e unico.

I suoi panini hanno nomi evocativi e immediati. Gli ingredienti vengono scelti di volta in volta, e non c’è nessun limite alla creatività. «Stiamo lavorando a una serie di modifiche della struttura aziendale», racconta Cerrone. «Stiamo pensando, per esempio, di centralizzare la nostra produzione. Vogliamo migliorare quello che offriamo, e vogliamo allo stesso tempo estenderci su tutto il territorio».

 

Partiamo dall’inizio, dal blog “Le avventure culinarie di Puok e Med”.
«L’ho aperto poco prima di laurearmi. Ho sempre avuto un posto speciale, Ciro Mazzella a Monte di Procida, e ho sempre provato a raccontarlo ai miei amici; volevo condividere quello che provavo con loro, e in qualche modo ci riuscivo. Con il blog ho cercato di fare la stessa cosa, rivolgendomi però a un gruppo di sconosciuti. Sentivo l’esigenza di scrivere».

 

Perché?
«Scrivere è l’unico modo che ho per mettere in ordine i miei pensieri e per trovare un filo conduttore. Scrivendo, riesco davvero a esprimere me stesso e a creare una connessione con le persone».

 

Dopo sette anni, ha chiuso il suo blog.
«Oggi, a posteriori, ho capito nel profondo il motivo per cui ho preso tutte le mie scelte. Volevo raccontare me stesso. Il blog era solo uno dei modi per farlo. Ma stava rischiando di diventare altro, quasi un giornale, e non rispondeva più alla mia esigenza iniziale».

 

Che cosa è cambiato?
«Sono nato in un quartiere popolare. Da piccolo, avevo i capelli rossi ed ero grassottello. La vita, a volte, minaccia di inibirti. Dentro di me, però, c’era altro. C’era un mondo intero, un mondo bellissimo, che ho sempre desiderato mostrare agli altri. Scrivendo, ho subito trovato un linguaggio chiaro e immediato con cui avvicinare le persone».

 

Qual è, secondo lei, il segreto di questo successo?
«Forse, non so, si è creato questo legame perché non mi sono mai limitato a raccontare qualcosa di generico, ma ho raccontato chi sono. E lo stesso succede anche con i miei panini».

 

Ha chiuso il suo blog per concentrarsi sulla sua hamburgheria?
«In realtà, l’ho chiuso un anno prima dell’apertura del mio locale. L’ho fatto perché parlare di altri posti, di altri panini, stava diventando qualcos’altro. Non volevo né fare il giornalista né commercializzare la mia voce».

 

Qual era, allora, il suo obiettivo?
«Vendere i miei panini ha sostituito la scrittura, e in quel momento ho ricominciato a parlare di me stesso. È stata un’evoluzione quasi naturale. Ho lasciato il mio lavoro per farlo, e nel 2016 ho aperto il primo “PuokBurger”».

I panini di Cerrone (facebook @puokburger) 

Non si occupa solo di ristorazione.
«Lavorando al mio blog, ho capito come usare i social e sfruttarli al massimo. Ho trasformato questa esperienza in un lavoro, e ho cominciato ad aiutare altre realtà, altri ristoranti, ad esprimersi e a trovare il giusto modo per comunicare con i loro clienti. Con Teresa Maria D’Arco, la mia compagna, ho aperto una società di comunicazione».

 

Che prima si chiamava “M26” e che oggi, invece, si chiama “Fatelardo”.
«Rappresenta l’ennesimo passo in avanti. Il nostro approccio alla comunicazione è cambiato, è diventato più curato e approfondito. Abbiamo iniziato a produrre i primi video, e abbiamo trovato anche un nostro ufficio. Con la pandemia, però, è stata dura».

 

Come si è sentito?
«Ho avuto paura. Forse, mi sono detto, quest’agenzia non durerà. E invece abbiamo trovato un modo per reinventarci. Oggi ci occupiamo di comunicazione, di branding, di storytelling e di video; seguiamo le nuove attività che vogliono cominciare, che hanno bisogno di aiuti e consigli».

 

In questi due anni è nato anche “Quantobbasta”.
«Come tante altre persone, ho ricominciato a cucinare. Ho condiviso la stessa esigenza. Oggi, di cucina si parla solo in un certo modo: un modo, spesso, filtrato dalla televisione. Ma le persone hanno bisogno di altro; hanno bisogno di immediatezza e di semplicità. Non vogliono istruzioni. Vogliono essere spronati. “Quantobbasta” non è patinato, non è strutturato. È diretto. È un canale, se vogliamo chiamarlo così, di cucina e di cibo. Un invito a provarci».

Non ha mai pensato di fare televisione?
«Mi è stato proposto più volte, non lo nascondo. Ho rifiutato perché non erano progetti adatti a me. Penso di aver costruito la mia carriera proprio su questo, sui no. Voglio rimanere me stesso. Voglio concentrarmi sempre su quella domanda, sul perché. Per farlo, ho bisogno di sentirmi a mio agio e di rivedere quello che sono in quello che faccio».

Nel 2018, però, ha preso parte a un programma di National Geographic.
«Ho accompagnato David Rocco nel suo viaggio napoletano proprio perché non ho sentito nessuna forzatura. Mi piace David come persona. Insieme siamo riusciti a dire, e a mostrare, qualcosa di positivo su Napoli».

Oggi qual è il suo lavoro?
«Sono un imprenditore. Con Teresa e i miei due soci, Antonio Pepe e Paolo Castaldo, sono a capo di un’azienda che si chiama “Oink” e che è la mamma di tutti i miei progetti».

A Napoli continuate a essere un’eccezione.
«Perché mettiamo insieme forma e contenuto. Non tutti quelli che sanno comunicare hanno anche un buon prodotto, e non tutti quelli che hanno un buon prodotto sanno comunicare. Non sono due cose coincidenti. Chi fa il nostro lavoro, spesso, deve fare prima di tutto marketing. In “Puok”, marketing e prodotto si muovono insieme. Quando progettiamo un panino, lo progettiamo a 360°».

Ha mai pensato di andarsene?
«No. Possiamo lavorare in altre città, certo, ma non voglio andare via. Io sono il risultato di tutto quello che ho vissuto a Napoli. Delle cose belle e, ovviamente, delle cose brutte. Anche la capacità di risolvere un problema deriva da questo. Napoli, per me, è essenziale».


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