Mihajlovic, il Bologna e il mese in ospedale


Le cure, la sofferenza e le emozioni dell’allenatore serbo, tra presente e futuro: il duro mese da solo in ospedale ma con un il rapporto speciale con la squadra

Andrea Di Caro

«Stasera finalmente lo vedo sorridere». È da poco finita Bologna-Inter e la dottoressa Francesca Bonifazi, che ha in cura Mihajlovic al programma di terapie cellulari avanzate dell’ospedale Sant’Orsola, è di guardia notturna e si gode il momento di gioia e serenità che restituisce a Sinisa il sorriso e il timbro di voce dei momenti migliori. «Stasera per dormire mi ci vuole il Lexotan, ho l’adrenalina ancora addosso. Ho fatto anche spostare l’orario di una sacca di medicinali per non avere rotture di palle durante la partita», ruggisce Miha. Potere di una vittoria che lo ha inorgoglito e commosso, regalandogli un nuovo pieno di energia e spazzando via per un po’ quel comprensibilissimo malumore di chi sta contando i giorni e non ce la fa più a guardare le quattro mura intorno al letto. Un continuo spegnere e riaccendere la tv e il telefono, le uniche distrazioni oltre agli allenamenti visti sull’Ipad e alle sedute con lo staff, in giornate tutte uguali, che non passano mai.

SOLITUDINE, NOSTALGIA E TANTA SENSIBILITA’

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Alle cure, già dure da sopportare anche per un leone come lui, si è aggiunto in questo nuovo capitolo della sua partita della vita anche il peso di non poter vedere nessuno. In quasi un mese di ricovero, le precauzioni legate alle norme anti Covid, hanno impedito la possibilità di avere visite. Unica eccezione, un giorno, quella di un paio d’ore di sua moglie Arianna, che durante la malattia tre anni fa non si era mai staccata da suo marito e che stavolta ha dovuto dargli forza da lontano. Nel rapporto tra rischi e benefici, quella visita era apparsa necessaria per risollevargli il morale inevitabilmente sceso giù. La Pasqua ortodossa festeggiata da solo, mentre i ricordi lo portavano alla sua infanzia felice; i compleanni saltati di due dei suoi sei figli; la distanza dalla piccola Violante, figlia di Virginia e Alessandro, che lo ha reso nonno. E poi i pensieri, i dubbi, la rabbia che in certi momenti accompagnano anche chi ha un carattere di ferro e da sempre guarda avanti senza abbattersi.

sensibilità

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«Eh ti capisco, Sinisa…». «No, non lo puoi capire…». Ha ragione lui, non si può capire, può riuscirci solo chi ci passa. E bisogna vedere anche come ci passa… Perché ogni fisico e ogni testa reagisce in modo diverso. L’unica certezza per tutti è che mentre i globuli bianchi si azzerano, fino ad annullare le difese immunitarie prima di risalire, intanto esplode la sensibilità che nel quotidiano siamo abituati a proteggere. Ci si emoziona e si vive tutto senza filtri. «Sono tornato a piangere subito, vaffanculo va…». Ammette Sinisa, raccontando la commozione durante una delle ultime riunioni via skype con la squadra, in cui ha chiesto di regalargli una partita coraggiosa e a viso aperto, come piace a lui. Senza paura e con la voglia di vincere.

Lezioni di calcio, lezioni di vita

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Il fisico di Miha ha retto molto meglio questa ennesima prova, lo si vede dal volto nelle foto e lo si sa dai chili che stavolta non lo hanno abbandonato troppo. Ma il morale è stato messo a dura prova. E la sua squadra, lo staff e i giocatori sono stati importantissimi. Miha non li ha mollati un attimo, ma loro finora sono stati straordinari per professionalità, unione, compattezza. Un corpo e un’anima con il loro tecnico. Un tutt’uno, da quando li guida da remoto, capace di pareggiare a casa di Milan e Juve, con l’Udinese pur senza sette titolari e battere la Samp e l’Inter lanciata verso lo scudetto. Un sogno… Anzi no, questo non è un sogno: è una storia reale e bellissima, fatta di sudore e fatica, di valori e ideali, di unione ed amicizia, di sorrisi e lacrime, di stima ed amore. Ci teneva da matti Sinisa a questo recupero con l’Inter. Non gli erano piaciute le insinuazioni di chi dava il Bologna battuto in partenza e non aveva dimenticato i tentativi del club nerazzurro di vincere questa gara a tavolino. Non ha chiesto solo la prestazione, ma una prova di orgoglio e appartenenza. E così nella riunione pre gara ha smosso, come solo lui sa fare, le corde del gruppo. Arnautovic ha detto alla fine del discorso emozionante del tecnico: «Mi ha dato tanta forza che sarei potuto andare in battaglia a mani nude». De Silvestri tra i ragazzi più sensibili, lo ha ringraziato invece in modo diverso: «Ci sta impartendo lezioni di vita». Che a volte sono più importanti della tattica, anche per vincere una partita. Perché vedere chi non si arrende mai ti aiuta a tirare fuori quelle energie nascoste che non sai di avere.

Lui e la squadra, una sola famiglia

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Quando ieri mattina squadra e staff sono andati sotto alla finestra dell’ospedale, Sinisa ha di nuovo trattenuto a stento le lacrime, mentre i brividi correvano su schiene e braccia dei ragazzi che intonavano un coro per lui. Poi, da guascone qual è, ha trovato uno dei suoi guizzi brillanti, come certe vecchie punizioni a effetto, e ha scherzato: «Non mi fanno uscire perché porta bene e senza di me vincete. Perdete la prossima sennò mi tengono qui». E giù risate, senza bisogno di scongiuri. Sanno che se qualcuno con la Roma non darà il 110 per cento, Miha si incazzerà come una bestia. Ha scherzato con lui a fine partita l’ad Fenucci: «Tu riposati che ho preso io in mano la guida tecnica, sono io gestire la squadra e decidere tattica e sostituzioni…». Con Saputo il rapporto è di reciproca stima e affetto, ma meno confidenziale. Il presidente è più riservato, anche durante la stagione non interviene quasi mai. Ma tra i due c’è stata una lunga telefonata quando Sinisa ha annunciato la necessità del suo nuovo ricovero e prima dell’Inter si sono parlati in video conferenza.

La società lo aspetta

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Quest’anno, dopo gennaio ci sono state anche visioni differenti. Sinisa non ha gradito il mercato, Saputo si è lamentato per alcuni risultati della squadra: succede. Sono circolate anche voci di una possibile separazione a fine stagione. Fa parte del calcio: i cicli nascono, proseguono, finiscono e il tempo dà loro la giusta dimensione e importanza. Quello di Sinisa è stato finora bellissimo perché ai risultati ha unito una incredibile storia di sport e di vita. Ma, soprattutto, non è ancora finito. L’alchimia, l’unione tra squadra e tecnico, i principi di gioco e quelli morali che si sono fusi in una cosa sola, non si comprano al mercato. Separare questa magia sarebbe assurdo. E la società lo sa. Mihajlovic ha un altro anno di contratto, il club vuole proseguire con lui e non vede l’ora torni in panchina per la fine della stagione e poi mettersi nuovamente seduti per impostare il futuro. La speranza di tutti è poterlo fare con la ritrovata salute del tecnico. Troppo orgoglioso Mihajlovic per valutare un rinnovo adesso: la sola idea possa essere legato a un aspetto emozionale lo disturba. Lui le cose se le guadagna in campo, da sempre. Forza allora, siamo all’ultimo chilometro della salita, sui pedali Sinisa! Il traguardo è vicino, siamo tutti lì ad aspettarti.


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