Apple, il morso dei dipendenti: nasce in Usa il primo sindacato

NEW YORK – La Mela high tech più famosa al mondo ha un morso in più: gliel’hanno data i dipendenti di uno store in Maryland della Apple che hanno votato sì alla nascita della prima rappresentanza sindacale nella storia della compagnia. È la prima di 270 store negli Stati Uniti ad abbracciare la nuova linea già approvata dai lavoratori di aziende tech, ristoranti, catene, e che ha già messo in agitazione i vertici di Amazon, Tesla, Starbucks e Alphabet, il padre di Google.

Il risultato è stato annunciato dal National Labor Relations Board, l’agenzia federale di garanzia dei diritti dei lavoratori: su 88 dipendenti della Apple di Towson, Maryland, sessantacinque hanno votato a favore del sindacato, trentatré contro. Lo store entrerà a far parte della IAM, la International Association of Machinists and Aerospace Workers, un sindacato industriale che rappresenta più di trecentomila persone.

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Prima di chiedersi se il padre fondatore di Apple, Steve Jobs, si stia rivoltando nella tomba, bisogna aggiungere la seconda parte della storia: più di altri venti store hanno annunciato l’intenzione di indire referendum. La differenza con il voto storico dello stabilimento Amazon di Staten Island, New York, dove i lavoratori hanno denunciato condizioni dure, è che Apple è da sempre considerato il Parnaso dell’high tech, il paradiso dell’ispirazione, la Nba dei posti di lavoro, dove tutto è perfetto ma dove il solo invocare la parola «union», sindacato, genera inquietudini.

A maggio la compagnia ha aumentato la paga oraria nel settore vendite al dettaglio portandola da 20 a 22 dollari l’ora. La decisione è stata accompagnata dal video messaggio di Deirdre O’Brien, in cui la top manager di Apple sosteneva che una vittoria del sindacato avrebbe potuto danneggiare gli affari futuri della compagnia. Il video era stato inviato in copie «segnate», in modo da individuare quali store l’avrebbero reso pubblico. Il video, naturalmente, è finito in rete, tagliato in modo da renderne irriconoscibile la provenienza.

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Sono attese settimane di scontri ma la sfida non è capitalismo contro socialismo. Mentre in Europa il concetto di «sindacato» spesso viene associato a dinamiche vetero, nella terra del liberalismo la parola union ha un significato diverso per gli appartenenti alla Generazione Z, i nati dopo il 1997. Sta nascendo una nuova leva di «organizzatori» della propria vita. I due anni di pandemia, seguiti alle marce per i diritti tipo Black Lives Matter, hanno inciso sul concetto di qualità del lavoro e diritti. I board delle multinazionali, anche quelle in teoria più progressiste come Stabucks, sono spaventati.

Negli anni ’70, sull’onda delle proteste contro la guerra in Vietnam, si sviluppò il tentativo di darsi un’organizzazione nei luoghi di lavoro, ma il movimento venne spazzato via nel giro di un decennio in un modo così duro che per quasi quarant’anni non se ne è quasi più parlato. Ora il fermento è tornato e coinvolge proprio i settori più avanzati, ma dove le risposte aziendali sono rimaste da vecchia industria.

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